mercoledì 24 febbraio 2016

La titolazione


Buongiorno, benvenuti e bentrovati.
La scorsa settimana, esattamente il 19 Febbraio, è scomparso uno grande scrittore, filosofo e semiologo, Umberto Eco.
In tanti anni della sua carriera, ha scritto grandi cose, dei pensieri che andavano oltre ad ogni immaginazione, ma credo che non abbiate bisogno di ulteriori informazioni o presentazioni per colui che ha scritto la storia delle letteratura italiana sino ad oggi.
Lo vogliamo ricordare così con "La titolazione"  sua grande opera.

Buona lettura.

Un quotidiano "si scorre". Spesso lo si scorre appeso al chiosco, senza acquistarlo; sovente lo si scorre in casa, leggendo solo un articolo e per il resto dando una rapida occhiata ai titoli. 
Per questo un quotidiano va anzitutto analizzato per ciò che comunica attraverso il titolo, i sottotitoli e quella specie di sopratitolo che in linguaggio giornalistico si chiama "occhiello". La disposizione dei titoli, le colonne assegnate a ciascuno, il numero e la selezione delle notizie titolate in prima pagina costituiscono il contenuto principale del quotidiano, quello che arriva a: tutti.
Le redazioni sanno benissimo questo fatto, tanto è vero che è la redazione e non l'autore del pezzo che compone il titolo.
Il titolo decide dell'interpretazione dell'articolo. Non è raro il caso del giornalista che manda un pezzo, un servizio, un fondo su un argomento, viene rispettato nelle proprie opinioni, ma viene confutato attraverso il titolo. Il titolo funge cioè da "codice" per il resto dell'articolo.
Il rapporto falso del titolo col resto dell'articolo costituisce un tipico caso di interpretazione dei fatti. Ma ci può essere un'interpretazione dei dati anche quando il titolo, pur fornendo informazioni passabilmente obiettive, usa certe parole piuttosto che altre per definire un avvenimento.
Una stessa foto di studenti in agitazione può essere titolata "Forte protesta giovanile" oppure "Disordini in centro ad opera dei cinesi".
"E' l'abbicì dell'interpretazione"

di Umberto Eco 

Grazie mille per la vostra sempre cortese attenzione, vi auguro buon proseguimento di giornata e buona permanenza e navigazione insieme a noi!

sabato 20 febbraio 2016

A Silvia


Buonasera, benvenuti e bentrovati carissimi lettori ed appassionati di letteratura internazionale ed italiana.
Una, o meglio, una delle tante famose poesie del grande Leopardi, mi è stata richiesta in questi giorni da moltissimi di voi, cari lettori che giorno dopo giorno riempite questo blog e le tantissime e-mail che ci inviate.
Di questo vi devo ringraziare di vero cuore per l'affetto che ci trasmettete nei vostri consigli e commenti.
Si chiama "A Silvia" la poesia che oggi abbiamo scelto per voi.
Buona lettura!

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Né teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

di Giacomo Leopardi

Nel ringraziarvi nuovamente, vi auguro buon proseguimento e buona permanenza insieme a noi ed inoltre una buona notte!

martedì 16 febbraio 2016

A morte la minestra


Buon pomeriggio, benvenuti e bentrovati cari lettori.
In questi giorni, forse sarà stato un caso, ho ricevuto veramente tantissime e-mail dove mi scrivevate di inserire qualche testo del grande Giacomo Leopardi.
Ebbene, molti di voi mi hanno segnalato questa poesia meravigliosa di questo grande autore, prontamente eccola per voi.

Vi auguro buona lettura!

Metti, o canora musa, in moto l'Elicona
e la tua cetra cinga d'alloro una corona.
Non già d'Eroi tu devi, o degli Dei cantare
ma solo la Minestra d'ingiurie caricare.
Ora tu sei, Minestra, dei versi miei l'oggetto,
e dirti abominevole mi porta gran diletto.

O cibo, invan gradito dal gener nostro umano!
Cibo negletto e vile, degno d'umil villano!
Si dice, che resusciti, quando sei buona, i morti;
ma il diletto è degno d'uomini invero poco accorti!

Or dunque esser bisogna morti per goder poi
di questi benefici, che sol si dicon tuoi?
Non v'è niente pei vivi? Si! Mi risponde ognuno;
or via su me lo mostri, se puote qualcheduno;
ma zitti! Che incomincia furioso un tale a dire;
ma presto restiamo attenti, e cheti per sentire:
"Chi potrà dire vile un cibo delicato,
che spesso è il sol ristoro di un povero malato?"

È ver, ma chi desideri, grazie al cielo, esser sano
deve lasciar tal cibo a un povero malsano!
Piccola seccatura vi sembra ogni mattina
dover trangugiare la "cara minestrina"?

di Giacomo Leopardi

Vi ringrazio sempre per la vostra gentile e cortese attenzione, non mi resta che salutarvi ed augurarvi buon proseguimento di giornata e buona permanenza insieme a noi!


sabato 13 febbraio 2016

Tedio invernale


Buongiorno benvenuti e bentrovati.
Una poesia molto interessante, me l'ha segnalata la nostra amica Eleonora attraverso contatto e-mail, l'ho riletta più e più volte prima di postarla, devo farti i miei complimenti, hai azzeccato un pieno la mia vena poetica ed il mio gusto! Spero che possa essere anche di vostro interesse, cari lettori.

Buona lettura.

Ma ci fu dunque un giorno
Su questa terra il sole?
Ci fûr rose e viole,
Luce, sorriso, ardor?

Ma ci fu dunque un giorno
La dolce giovinezza,
La gloria e la bellezza,
Fede, virtude, amor?

Ciò forse avvenne a i tempi
D'Omero e di Valmichi,
Ma quei son tempi antichi,
Il sole or non è piú.

E questa ov'io m'avvolgo
Nebbia di verno immondo
È il cenere d'un mondo
Che forse un giorno fu.

di Giosuè Carducci

Vi ringrazio per il vostro interesse e le tantissime visite che ci regalate giorno dopo giorno, vi auguriamo un buon fine settimana, pieno di tranquillità e di tanto divertimento e ovviamente buona permanenza insieme a noi.

domenica 7 febbraio 2016

Carnevale


Buongiorno, benvenuti e bentrovati carissimi lettori e buon Carnevale a tutti voi!
Sappiamo tutti che il Carnevale è la festa più amata dai bambini, si vestono dei personaggi dei cartoni animati si va nelle sale insieme a tutti gli amichetti, ma devo dire che questa festa piace tantissimo anche ai più grandi.
Tante sono le filastrocche e poesie che ricordano in particolar modo il Carnevale.
E voi come state trascorrendo il Carnevale?
Molte città organizzano le feste più belle d'Italia, come le più famose, Venezia o Viareggio, ma anche in Sicilia, come per esempio nelle piazze di Acireale, in provincia di Catania o a Sciacca in provincia di Trapani, dove vengono allestiti dei carri allegorici che vanno in giro per le vie più importanti della città.
Ovunque voi siate, vogliamo augurarvi un buon Carnevale con questa filastrocca molto bella di Gianni Rodari, buona lettura!

Carnevale in filastrocca,
con la maschera sulla bocca,
con la maschera sugli occhi,
con le toppe sui ginocchi:
sono le toppe d’Arlecchino,
vestito di carta, poverino.
Pulcinella è grosso e bianco,
e Pierrot fa il saltimbanco.
Pantalon dei Bisognosi
“Colombina,” dice, “mi sposi?”
Gianduia lecca un cioccolatino
e non ne da niente a Meneghino,
mentre Gioppino col suo randello
mena botte a Stenterello.
Per fortuna il dottor Balanzone
gli fa una bella medicazione,
poi lo consola: “È Carnevale,
e ogni scherzo per oggi vale.”

di Gianni Rodari

Vi auguriamo buon proseguimento di giornata e buona permanenza insieme a noi.

mercoledì 3 febbraio 2016

Miramar


Buongiorno, bentrovati e benvenuti cari lettori!
Siamo già a Febbraio, pochi giorni al Carnevale, ma come passa velocemente il tempo?
Oggi, una poesia che ci inviato la nostra lettrice Antonella, dove mi ha confidato, nelle tantissime e-mail che mi ha inviato, che questa poesia ha giocato un ruolo fondamentale in un momento particolare della sua vita.

Buona lettura!

O Miramare, a le tue bianche torri
attediate per lo ciel piovorno
fosche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi. 
Miramare, contro i tuoi graniti
grige dal torvo pelago salendo
con un rimbrotto d'anime crucciose
battono l'onde. 
Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi
stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo,
gemme del mare; 
e tutte il mare spinge le mugghianti
collere a questo bastion di scogli
onde t'affacci a le due viste d'Adria,
rocca d'Absburgo;
e tona il cielo a Nabresina lungo
la ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo 
leva tra' nembi. 
Deh come tutto sorridea quel dolce
mattin d'aprile, quando usciva il biondo 
imperatore, con la bella donna,
a navigare! 
A lui dal volto placida raggiava
la maschia possa de l'impero: l'occhio
de la sua donna cerulo e superbo 
iva su 'l mare. 
Addio, castello pe' felici giorni
nido d'amore costruito in vano!
Altra su gli ermi oceani rapisce
aura gli sposi. 
Lascian le sale con accesa speme
istoriate di trionfi e incise
di sapienza. Dante e Goethe al sire
parlano in vano 
da le animose tavole: una sfinge
l'attrae con vista mobile su l'onde:
ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro 
del romanziero. 
Oh non d'amore e d'avventura il canto
fia che l'accolga e suono di chitarre
là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale
lunga su l'aure
vien da la trista punta di Salvore
nenia tra 'l roco piangere de' flutti?
Cantano i morti veneti o le vecchie
fate istriane? 
— Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro
figlio d'Absburgo, la fatal Novara.

Teco l'Erinni sale oscura e al vento
apre la vela. 
Vedi la sfinge tramutar sembiante
a te d'avanti perfida arretrando! 
il viso bianco di Giovanna pazza
contro tua moglie. 
È il teschio mozzo contro te ghignante 
d'Antonietta. Con i putridi occhi
in te fermati è l'irta faccia gialla
di Montezuma.
Tra boschi immani d'agavi non mai
mobili ad aura di benigno vento,
sta ne la sua piramide, vampante
livide fiamme 
per la tenebra tropicale, il dio
Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta,
e navigando il pelago co 'l guardo
ulula — Vieni. 
Quant'è che aspetto! La ferocia bianca
strussemi il regno ed i miei templi infranse:
vieni, devota vittima, o nepote
di Carlo quinto.
Non io gl'infami avoli tuoi di tabe
marcenti o arsi di regal furore; 
te io voleva, io colgo te, rinato 
fiore d'Absburgo; 
e a la grand'alma di Guatimozino
regnante sotto il padiglion del sole
ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano. —

di Giosuè Carducci

Grazie mille sempre per la vostra cortese attenzione, vi auguriamo una buona giornata e buona permanenza insieme a noi.