mercoledì 16 marzo 2016

Bruto minore


Buonasera, benvenuti e bentrovati cari lettori ed appassionati di letteratura.
Questa sera posterò una poesia che mi avete richiesto veramente in tanti tramite e-mail, sicuramente è molto apprezzata, ma bisogna leggerla con attenzione per capire le sfumature racchiuse in essa.

Buona lettura.

Poi che divelta, nella tracia polve
Giacque ruina immensa 
L'italica virtute, onde alle valli 
D'Esperia verde, e al tiberino lido,
Il calpestio de' barbari cavalli
Prepara il fato, e dalle selve ignude 
Cui l'Orsa algida preme, 
A spezzar le romane inclite mura 
Chiama i gotici brandi; 
Sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l'atra notte in erma sede, 
Fermo già di morir, gl'inesorandi 
Numi e l'averno accusa, 
E di feroci note 
Invan la sonnolenta aura percote.
Stolta virtù, le cave nebbie, i campi 
Dell'inquiete larve 
Son le tue scole, e ti si volge a tergo 
Il pentimento. A voi, marmorei numi, 
(Se numi avete in Flegetonte albergo
O su le nubi) a voi ludibrio e scherno 
È la prole infelice 
A cui templi chiedeste, e frodolenta 
Legge al mortale insulta. 
Dunque tanto i celesti odii commove
La terrena pietà? dunque degli empi 
Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
Per l'aere il nembo, e quando 
Il tuon rapido spingi, 
Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata 
Necessità gl'infermi 
Schiavi di morte: e se a cessar non vale 
Gli oltraggi lor, de' necessarii danni 
Si consola il plebeo. Men duro è il male
Che riparo non ha? dolor non sente 
Chi di speranza è nudo? 
Guerra mortale, eterna, o fato indegno, 
Teco il prode guerreggia, 
Di cedere inesperto; e la tiranna
Tua destra, allor che vincitrice il grava, 
Indomito scrollando si pompeggia,
Quando nell'alto lato
L'amaro ferro intride, 
E maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli Dei chi violento irrompe 
Nel Tartaro. Non fora 
Tanto valor ne' molli eterni petti. 
Forse i travagli nostri, e forse il cielo 
I casi acerbi e gl'infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose? 
Non fra sciagure e colpe, 
Ma libera ne' boschi e pura etade 
Natura a noi prescrisse, 
Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra
Sparse i regni beati empio costume, 
E il viver macro ad altre leggi addisse;
Quando gl'infausti giorni 
Virile alma ricusa, 
Riede natura, e il non suo dardo accusa?
i colpa ignare e de' lor proprii danni 
e fortunate belve 
erena adduce al non previsto passo 
La tarda età. Ma se spezzar la fronte 
Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
Dare al vento precipiti le membra 
Lor suadesse affanno; 
Al misero desio nulla contesa 
Legge arcana farebbe 
O tenebroso ingegno. A voi, fra quante
Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte, 
Figli di Prometeo, la vita increbbe;
A voi le morte ripe, 
Se il fato ignavo pende, 
Soli, o miseri, a voi Giove contende.
E tu dal mar cui nostro sangue irriga, 
Candida luna, sorgi, 
E l'inquieta notte e la funesta 
All'ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
Fremono i poggi, dalle somme vette 
Roma antica ruina; 
Tu sì placida sei? Tu la nascente 
Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori;
E tu su l'alpe l'immutato raggio 
Tacita verserai quando ne' danni 
Del servo italo nome, 
Sotto barbaro piede 
Rintronerà quella solinga sede.
Ecco tra nudi sassi o in verde ramo 
E la fera e l'augello, 
Del consueto obblio gravido il petto, 
L'alta ruina ignora e le mutate 
Sorti del mondo: e come prima il tetto
Rosseggerà del villanello industre, 
Al mattutino canto 
Quel desterà le valli, e per le balze 
Quella l'inferma plebe 
Agiterà delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte 
Siam delle cose; e non le tinte glebe, 
Non gli ululati spechi
Turbò nostra sciagura, 
Nè scolorò le stelle umana cura.
Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi 
Regi, o la terra indegna, 
E non la notte moribondo appello; 
Non te, dell'atra morte ultimo raggio, 
Conscia futura età. Sdegnoso avello
Placàr singulti, ornàr parole e doni 
Di vil caterva? In peggio 
Precipitano i tempi; e mal s'affida 
A putridi nepoti 
L'onor d'egregie menti e la suprema
De' miseri vendetta. A me dintorno 
Le penne il bruno augello avido roti;
Prema la fera, e il nembo 
Tratti l'ignota spoglia;
E l'aura il nome e la memoria accoglia.

di Giacomo Leopardi

Grazie mille per la vostra cortese attenzione, vi auguro buon proseguimento di serata e buona permanenza insieme a noi.